“Porty Clothes”: quando uno scarto diventa il punto di partenza! L’upcycling secondo Marco Portaro, il giovane imprenditore che sta riscrivendo il concetto di sostenibilità nella moda

A soli 24 anni, Marco Portaro ha scelto di guardare la moda da una prospettiva diversa. Mentre il settore continua a confrontarsi con le conseguenze del fast fashion e dell’eccesso produttivo, lui ha deciso di partire proprio da ciò che molti considerano un rifiuto: tessuti di alta qualità destinati allo scarto e capi usurati che sembrano aver concluso il loro ciclo di vita. Nasce così Porty Clothes, una startup che fa dell’upcycling e dell’economia circolare il cuore della propria filosofia. Attraverso interventi di riparazione, ricostruzione e trasformazione, materiali apparentemente imperfetti si trasformano in nuovi capi, dimostrando che creatività, artigianalità e sostenibilità possono convivere senza compromessi. Ma Porty non è solo un progetto imprenditoriale, è un invito a ripensare il nostro rapporto con gli abiti, con il consumo e con il valore stesso delle cose. In un’epoca in cui tutto sembra essere sostituibile, Marco sceglie di recuperare, valorizzare e raccontare nuove storie attraverso ogni tessuto. L’ho intervistato per scoprire come nasce questa visione, quali sfide affronta un giovane imprenditore che sceglie una strada controcorrente e perché, oggi più che mai, dare una seconda vita ai materiali può rappresentare un nuovo modo di intendere la moda.


Le origini: da un vaso rotto a un marchio


Ciao Marco! Partiamo dall’inizio: quando hai capito che la moda ecosostenibile sarebbe stata la tua strada? C’è stato un momento preciso o è stata una passione che è cresciuta nel tempo?

“Durante il periodo delle superiori ho avuto l’opportunità di creare una felpa con un sito di personalizzazione che fece qualche vendita, ma non continuai perché non avevo ancora una grande passione per la moda. Il vero punto di svolta è arrivato durante un ricovero in ospedale: vidi un vaso con una crepa e pensai che potevo fare la stessa cosa con i vestiti, rendere quelli rotti più preziosi di quelli nuovi. Ci sono molti miei coetanei che entrano nel mondo del riciclo creativo, comunemente noto come upcycling, ma il mio obiettivo è costruire un concetto di moda sostenibile con un marchio che aiuti sia l’artigianato locale sia il mondo dei rifiuti tessili attraverso la loro valorizzazione.”


Il tuo marchio, Porty, nasce con una forte attenzione alla sostenibilità. Com’è nata l’idea di lavorare proprio con scarti di tessuti e capi usurati?

“La motivazione sta nella quotidianità delle persone: quante e quanto inconsciamente buttano e alimentano un problema in un mondo che non permette più questo uso frenetico di risorse. I numeri dell’inquinamento dovuto al mondo della moda che trovi in rete sono molto probabilmente solo la punta dell’iceberg: 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno secondo la Commissione Europea, con solo il 22% raccolto per il riciclo. L’industria tessile consuma enormi quantità di acqua ed è la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella petrolifera, secondo le Nazioni Unite. Vedere questi dati mi ha convinto che non si potesse più guardare dall’altra parte.”


Il peso del sistema: le problematiche ambientali della moda


Per comprendere a fondo l’urgenza di un progetto come Porty Clothes, è necessario fare i conti con la realtà di un settore tra i più impattanti del pianeta: 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili prodotti ogni anno in Europa (dati Commissione Europea). Solo il 22% di questi tessuti viene raccolto per essere riutilizzato o riciclato. L’Italia è il secondo Paese in Europa per quota di mercato nel settore moda (6,8%) e produce da sola 160.000 tonnellate di rifiuti tessili all’anno. L’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella petrolifera (Nazioni Unite). La produzione di un solo paio di jeans richiede circa 7.500 litri di acqua — l’equivalente di sette anni di consumo idrico di una persona.

Il settore è responsabile del 10% delle emissioni globali di CO₂ e del 20% dell’inquinamento idrico industriale mondiale. Le microplastiche rilasciate dai tessuti sintetici nei lavaggi costituiscono il 35% delle microplastiche primarie che raggiungono gli oceani. Ogni anno vengono prodotti circa 100 miliardi di capi di abbigliamento nel mondo, il doppio rispetto a vent’anni fa.

  • In paesi come Ghana e Cile interi territori sono sommersi da montagne di abiti usati importati dall’Occidente, in una forma di colonialismo tessile che sposta il problema senza risolverlo.

Dietro a questi numeri c’è anche un costo umano: il crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, che causò oltre 1.100 morti tra lavoratori tessili, è il simbolo più tragico di un sistema fondato sullo sfruttamento. L’upcycling è una risposta concreta a tutto questo.


Il gesto del riparare: rinascita, filosofia e poetica


Nel processo di recupero intervieni con piccole lavorazioni e riparazioni. Quanto è importante per te il gesto del ‘riparare’ in un’epoca in cui spesso tutto viene semplicemente sostituito?

“È un gesto speciale che dona nuova vita, il concetto è semplice ma il significato è estremamente profondo. A livello umano il rinascere, dopo un periodo di sofferenza e per disgrazie avvenute, ti porta a rivalutare tutto e tutti. Pablo Neruda interpreta così la vita:

Nascere non basta.

È per rinascere che siamo nati.

Ogni giorno.


Riparare o ricostruire è il gesto più umano che si possa fare, in un mondo artificiale dove se non luccica e profuma di nuovo non è ben accetto. Essere riparato non vuol dire non avere difetti: una persona che affronta malattie che lasciano il segno non rinasce profumando di nuovo, ma il sorriso splende come le vene d’oro dei vasi giapponesi riparati con l’oro. La vera bellezza è il saper rinascere come un fiore.
Il riferimento al Kintsugi — l’arte giapponese di riparare la ceramica con oro fuso — non è casuale. Questa pratica millenaria rovescia completamente la logica del perfetto-uguale-a-nuovo: la rottura non viene nascosta ma celebrata, trasformata in elemento di bellezza. Le “crepe” non sono la fine di un oggetto ma l’inizio di una storia più ricca. I grandi filosofi hanno riflettuto a lungo su questo tema della rinascita e della trasformazione:

Non è ciò che ti accade a determinare la tua vita, ma ciò che fai di ciò che ti accade.”

Epitteto, filosofo stoico (50–135 d.C.)

Ogni cosa porta in sé il seme del proprio rinnovamento. Tutto scorre, nulla permane.”

Eraclito di Efeso (535–475 a.C.)

Nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare.” — Seneca, Lettere a Lucilio (65 d.C.)

Ciascuno porta in sé la propria alba, e i momenti di luce nascono sempre dal buio.” — Victor Hugo, I Miserabili (1862)

Quello che non mi uccide mi rende più forte.” — Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli (1888)


Il processo creativo: dalla materia all’identità


Il progetto Porty si basa sui principi dell’upcycling clothing e dell’economia circolare. Come spiegheresti questo approccio a chi non conosce ancora questo modo di fare moda?

“Upcycling clothing è un termine abbastanza anglosassone; in italiano potremmo dire ‘riusare abbigliamento vintage per creare abiti originali’. La mia attività si occupa della riparazione e del riuso degli scarti tessili. Il meccanismo si articola in cinque passaggi: raccolta di capi usati o tessuti di scarto; selezione dei materiali, con preferenza per le fibre naturali come cotone e lana; riparazione e restyling, dove ogni difetto viene trattato con attenzione sartoriale; trasformazione creativa, dove a volte due capi diversi si uniscono per diventarne uno solo; e infine la nuova vendita, dove il capo rigenerato trova una nuova vita e un nuovo proprietario”


L’economia circolare invita a ripensare il modo in cui produciamo e consumiamo. Nel tuo piccolo, senti che Porty possa contribuire a questo cambiamento culturale?

“Assolutamente sì, anche se sono consapevole che siamo ancora ‘briciole’ rispetto al consumo globale. Ma il cambiamento culturale non avviene per decreto: avviene un capo alla volta, una scelta alla volta, una persona alla volta. Ogni cliente che acquista da Porty porta con sé una storia nuova, e quella storia la racconta. Il passaparola, la visibilità sui social, la semplice domanda ‘dove hai preso quella giacca?’ sono semi di consapevolezza. Il mio obiettivo non è solo vendere capi: è cambiare il modo in cui le persone guardano ciò che hanno già nell’armadio.”


Molti parlano di moda sostenibile, ma il tuo approccio è molto concreto: recuperi materiali già esistenti e gli dai una nuova vita. Cosa ti affascina di più del processo di trasformazione?

“Mi affascina il momento in cui il materiale smette di essere uno scarto e diventa una possibilità. C’è un istante preciso, in sartoria, in cui vedo il potenziale di un capo che altri avrebbero buttato. È un po’ come leggere tra le righe di una storia già scritta: il testo è lì, ma la lettura che ne dai cambia tutto. La trasformazione creativa mi ricorda ogni volta che il valore non è mai scomparso davvero; era solo nascosto sotto la superficie.”


Quando trovi uno scarto di tessuto o una maglia usurata, cosa succede nella tua mente creativa? Vedi subito il nuovo capo o è un processo più sperimentale?

“Di solito è un processo graduale. La prima reazione è tattile: tocco il tessuto, valuto la qualità della fibra, annoto mentalmente dove il materiale è più resistente e dove è più fragile. Poi arriva una sorta di dialogo silenzioso con il capo: cosa sei stato? Cosa potresti diventare? A volte l’idea arriva immediatamente, chiarissima. Altre volte serve aspettare, lasciare riposare il materiale, tornarci dopo qualche giorno con occhi nuovi. L’impazienza è il nemico della creatività sostenibile.”


Nel tuo lavoro c’è anche una dimensione quasi artigianale. Quanto conta per te il tempo e il lavoro manuale rispetto alla produzione veloce tipica della moda di oggi?

“Il tempo è forse la risorsa più preziosa che metto in ogni capo. In un sistema in cui una maglia viene prodotta in pochi minuti e indossata forse una volta, io faccio il contrario: dedico ore a capire, riparare, trasformare. Questo non è un limite economico: è una scelta etica e estetica. La lentezza è il mio manifesto. Ogni punto di sutura racconta un’attenzione che la fast fashion non può permettersi di avere, perché l’attenzione ha un costo e la cura richiede tempo. Ed è esattamente quel tempo che rende ogni capo Porty irripetibile.”


C’è un capo realizzato con materiali recuperati che ti ha reso particolarmente orgoglioso? Perché?

“Sì, ci sono alcuni pezzi a cui sono molto legato. Uno in particolare era nato dall’unione di due giacche completamente diverse — una aveva un collo bellissimo ma era logora nel corpo, l’altra aveva una struttura perfetta ma era anonima. Combinarle ha creato qualcosa che non sarebbe potuto esistere partendo da zero. Sono orgoglioso perché quel capo racconta due vite separate che hanno trovato una nuova forma comune. È un po’ come certi incontri umani: individualmente eravamo incompleti, insieme siamo qualcosa di inatteso e bello.”


Lavorare con materiali di recupero significa anche accettare l’imprevedibilità. Ti è mai capitato che un limite si trasformasse in un’opportunità creativa?

“Continuamente. Una macchia che non via del tutto, per esempio, è diventata lo spunto per un intervento di tintura naturale che ha dato al capo un carattere completamente nuovo. Un’asola rotta mi ha costretto a ripensare l’intera chiusura di una giacca, trasformandola in qualcosa di più interessante del progetto originale. Ho imparato a non combattere i limiti del materiale, ma ad ascoltarli. Il tessuto ti suggerisce sempre una direzione: sta a te avere la pazienza di ascoltare.”


Generazioni, visione e futuro della moda


Secondo te le nuove generazioni stanno davvero cambiando il modo di vedere la moda e il consumo dei vestiti?

“C’è una consapevolezza crescente, sicuramente. I giovani oggi hanno accesso a informazioni che le generazioni precedenti non avevano: documentari, dati, storie di lavoratori sfruttati, immagini delle discariche tessili in Africa. È difficile ignorare tutto questo. Vedo però una contraddizione: gli stessi ragazzi che condividono post sull’ambiente comprano su piattaforme di fast fashion ultra-low-cost. Il cambiamento è reale ma ancora incompiuto. La sfida è rendere la scelta sostenibile non solo eticamente giusta, ma anche accessibile, bella e desiderabile. Ed è esattamente quello che provo a fare con Porty.”


Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso il marchio Porty?

“Che la bellezza non nasce dalla novità, ma dalla cura. Che un capo con una storia vale di più di uno appena sfornato da una catena di montaggio. Che scegliere di riparare invece di buttare è un atto di intelligenza, di rispetto verso il pianeta e verso chi ha lavorato per creare quel materiale. E soprattutto: che rinascere è possibile. Per un vestito come per una persona.”


Se dovessi descrivere il tuo stile in tre parole, quali useresti?

“Essenziale, autentico, vivente. Essenziale perché elimino il superfluo e lascio parlare la materia. Autentico perché ogni capo è onesto riguardo alla propria storia. Vivente perché un capo Porty non è mai finito: continua a evolvere, a portare con sé nuovi strati di significato ogni volta che viene indossato.”


Quali sono secondo te le difficoltà principali per un giovane designer che vuole costruire un brand sostenibile oggi? Tu ne hai riscontrata qualcuna fino ad ora?

“Le difficoltà sono reali e non le nascondo. La prima è la scalabilità: lavorare con scarti e materiali di recupero significa che ogni capo è diverso, e questo rende difficile standardizzare i processi. La seconda è la percezione del valore: convincere le persone che un capo riparato vale quanto — o di più — di uno nuovo richiede un lavoro culturale continuo. La terza, onestamente, sono le risorse: partire da zero senza capitali obbliga a scegliere ogni giorno tra velocità e qualità. Io ho scelto la qualità. I problemi ci saranno sempre, ma ‘nessuno fa un buon raccolto senza concime’: le difficoltà sono parte del processo, non la fine.”


La memoria dei tessuti: dialogo con il passato

Nel tuo lavoro parti spesso da capi che hanno già avuto una vita. Ti piace pensare che quei tessuti portino con sé una storia? In qualche modo senti di dialogare con il passato quando li trasformi?

Sì, e è forse la parte più commovente del lavoro. Ogni tessuto ha memoria: le pieghe ripetute nello stesso punto, il modo in cui si è assottigliato laddove il corpo lo sfiorava ogni giorno, il colore leggermente sbiadito in un senso piuttosto che nell’altro. Queste tracce non sono difetti: sono biografia. Quando trasformo un capo, mi sento un po’ come un editore che prende un manoscritto e lo aiuta a diventare ciò che già voleva essere. Il dialogo con il passato è reale, e mi responsabilizza: devo essere all’altezza di ciò che quel capo ha già vissuto.”

Se i tessuti che recuperi potessero parlare, cosa pensi racconterebbero delle persone che li hanno indossati prima?

“Racconterebbero cose semplici e potenti. Una domenica mattina, forse. Una camminata nel bosco. Un abbraccio durato troppo poco. Un esame passato o una serata che è andata storta. I vestiti assorbono le nostre emozioni, i nostri movimenti abituali, persino le nostre paure. Se potessero parlare, credo che ci stupirebbero per la normalità e la bellezza di ciò che hanno custodito. E forse ci ricorderebbero che anche noi siamo ‘usati’ dalla vita nel senso migliore del termine: segnati, plasmati, arricchiti.”

C’è mai stato un momento in cui hai guardato uno scarto di tessuto e hai pensato: ‘Qui dentro c’è qualcosa di speciale’?

“Spessissimo. L’ultimo è stata una giacca di lana grezza che qualcuno aveva lasciato in un sacchetto di donazione, con un bottone mancante e una tasca cucita male. Toccarla è stato come stringere la mano a qualcuno: quella lana aveva una consistenza, un peso, una storia nelle fibre. Dopo il restauro è diventata il pezzo che più mi ha sorpreso in termini di risultato finale. Le cose speciali spesso arrivano travestite da ordinarie.”


Controcorrente: identità, imperfezione e significato

Il tuo lavoro sembra andare contro la logica del ‘nuovo a tutti i costi’ tipica della moda. Ti senti in qualche modo controcorrente?

“Sì, e lo rivendico con orgoglio. Viviamo in un sistema che ha trasformato il consumo in un riflesso involontario: si compra perché c’è uno sconto, perché è di moda, perché tutti lo hanno. Io propongo l’opposto: comprare meno, comprare meglio, comprare consapevolmente. Andare controcorrente oggi non è un gesto di ribellione adolescenziale: è un atto di lucidezza. E non sono solo: il movimento dell’upcycling sta crescendo, i secondhand market esplodono, le persone iniziano a capire che l’identità non si acquista, si costruisce.”

Quanto c’è di Marco dentro ogni capo Porty?

“Molto di più di quanto si veda. Ci sono le mie mani, ovviamente, e le scelte estetiche. Ma soprattutto c’è la mia storia: il periodo in ospedale, l’osservazione di quel vaso con la crepa, la lettura del Kintsugi, la sensazione di voler dare dignità a ciò che il mondo ha scartato. In ogni capo c’è anche una scommessa: che la bellezza autentica sia più potente di quella patinata. Ogni volta che qualcuno acquista un pezzo Porty, sento che quella scommessa viene confermata.”

Quando crei un nuovo pezzo, pensi più alla persona che lo indosserà o alla storia del materiale da cui nasce?

“All’inizio penso al materiale: ascolto ciò che il tessuto è già. Poi, man mano che il capo prende forma, inizia ad entrare in scena una persona ideale. Non un cliente astratto, ma qualcuno di specifico nella mia mente: un tipo di energia, un modo di muoversi, una persona che ha scelto di raccontarsi diversamente dagli altri. Quando il capo è finito, sento che esiste un incontro inevitabile tra quel tessuto e quella persona. Il mio compito è solo facilitarlo.”

C’è un errore o un imprevisto durante il processo creativo che si è trasformato in qualcosa di sorprendentemente bello?

“Una volta ho sbagliato completamente una cucitura su un cappotto, aprendo involontariamente una piega che non era prevista. Invece di disfare tutto, ho deciso di seguire quell’errore e ho aggiunto tre pieghe simmetriche, trasformando un errore in un dettaglio di stile. Quel cappotto è diventato unico. Ho capito quella volta che l’errore non è un fallimento: è informazione. Ti dice dove il materiale vuole andare quando smetti di forzarlo.”

Qual è la sensazione che vorresti che una persona provasse indossando un capo Porty per la prima volta?

“Vorrei che sentisse una sorta di gratitudine silenziosa. Non verso di me, ma verso il capo stesso: verso tutto ciò che ha attraversato per arrivare a loro. E poi una leggerezza strana, quasi paradossale: la leggerezza di chi sa di non aver alimentato uno spreco. Indossare Porty è un piccolo gesto di coerenza con ciò che si crede. E la coerenza, quando la vivi davvero, è una delle sensazioni più liberatorie che esistano.”

In un mondo che corre veloce, il tuo lavoro sembra invitare a rallentare e a guardare le cose con più attenzione. È anche questo il tuo messaggio?

“Sì. La lentezza è un atto politico. In un mercato che guadagna sulla velocità e sull’obsolescenza programmata, fermarsi a riparare è una forma di resistenza. Non romantica, non nostalgica: pratica e necessaria. Il mondo non ha bisogno di più cose: ha bisogno di più cura. E la cura richiede tempo. Quello che faccio con i tessuti, in fondo, lo invito a fare anche con le relazioni, con l’ambiente, con sé stessi: guarda più a lungo, ascolta meglio, prima di buttare via.”

C’è un capo che hai creato a cui sei particolarmente legato, quasi come se avesse una storia personale?

“C’è una maglia che ho tenuto per me, che non ho mai messo in vendita. Era di mia nonna, piena di buchi piccoli come punti di domanda. L’ho riparata con fili di colori diversi, seguendo la trama originale ma lasciando visibili le toppe. Non è la più bella che ho fatto, ma è quella che capisce meglio di cosa parla Porty. È lì sul mio tavolo di lavoro, mi guarda mentre creo, e mi ricorda perché ho iniziato.”

Che rapporto hai con l’idea di imperfezione? Nella moda sostenibile spesso è proprio l’imperfezione a rendere unico un capo.

“L’imperfezione è la firma dell’umano. Un capo perfetto, uniforme, senza tracce, potrebbe essere prodotto da una macchina — e probabilmente lo è. Un capo con le sue asimmetrie, le sue cuciture leggermente diverse, il colore che sfuma in un punto invece che nell’altro: quello racconta una presenza, un’attenzione, una mano. Ho smesso di scusarmi per le imperfezioni dei miei capi. Le presento come ciò che sono: la prova che esiste un essere umano dietro ogni pezzo.”


Il futuro di Porty: visione, sogni e consigli

Quando immagini il futuro della moda, pensi che il riuso e la trasformazione diventeranno la norma o resteranno una scelta per pochi?

“Credo che diventerà la norma, per necessità prima ancora che per scelta. Il pianeta non può reggere il ritmo attuale: lo dicono i numeri, lo dicono gli eventi climatici, lo dice la saturazione delle discariche. La domanda non è ‘se’ la moda cambierà, ma ‘quando’ e ‘come’. Preferisco essere tra quelli che hanno contribuito a costruire l’alternativa prima che fosse obbligatoria, non tra quelli che si sono adeguati solo quando non c’era più scelta.”

Se dovessi riassumere la filosofia di Porty in una sola frase, quale sarebbe?

Ogni crepa è un invito a rinascere.”

Guardando al futuro: dove immagini Porty tra cinque anni?

“Immagino una rete più ampia: più punti di raccolta, più artigiani coinvolti, forse una piccola sartoria stabile dove formare nuove persone. Voglio che Porty diventi un riferimento culturale oltre che commerciale: un luogo dove si va non solo ad acquistare, ma a capire, a partecipare, a imparare. Ho in programma una linea capsula stagionale, workshop di upcycling aperti al pubblico, collaborazioni con designer emergenti e un percorso di ricerca sui materiali sintetici per estendere il recupero anche a quelli. Il sogno più grande è che tra cinque anni qualcuno mi dica: ‘Ho imparato a non buttare più niente grazie a voi’.”

Se tra qualche anno qualcuno aprisse il proprio armadio e trovasse un capo Porty, cosa ti piacerebbe che pensasse in quel momento?

“Vorrei che sorridesse. Che lo tirasse fuori con quella cura particolare che si riserva alle cose a cui si tiene davvero. Che lo guardasse e pensasse: questo ha una storia. E magari, in quel momento, che si chiedesse: quante altre cose intorno a me potrebbero averne una, se solo le guardassimo con attenzione?”

Infine, che consiglio daresti ai giovani creativi che vorrebbero entrare nel mondo della moda ma in modo più etico e sostenibile?

“Di non aspettare di avere tutto pronto. Non aspettate il laboratorio perfetto, il capitale sufficiente, il progetto finito. Iniziate con quello che avete: un ago, un tessuto, un’idea. La sostenibilità non è un punto di arrivo, è un modo di procedere. E siate onesti — con voi stessi e con chi vi segue. Il mercato è pieno di ‘greenwashing’, di brand che usano la sostenibilità come etichetta di marketing senza sostanza. La vera differenza la fa chi ci crede davvero, chi accetta i limiti del percorso, chi sa che fare bene richiede tempo. E soprattutto: ricordate che ogni capo che riparate invece di buttare è già un atto di cambiamento. Piccolo, concreto, reale. Ringrazio Chiara di Garbagnate Milanese per la vicinanza e l’aiuto.

Porty Clothes non è solo una startup: è una dichiarazione di intenti. In un’epoca in cui il fast fashion ha normalizzato il monouso, Marco sceglie la rotta opposta: lentezza, cura, artigianalità, memoria. Ogni punto di sutura è un piccolo atto di resistenza culturale. Le crepe non sono la fine della storia. Sono l’inizio di una più bella.


Instagram: @portyclothes

Ely

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