La taglia non esiste (e il camerino lo sa)

C’è un momento preciso in cui ogni donna smette di essere una persona sicura di sé e diventa un’indagata. È quando chiude la tenda del camerino, con in mano un capo che sullo stand sembrava fatto per lei e che adesso, davanti allo specchio, non chiude, non scende, non cade come dovrebbe. E parte il processo. Sempre lo stesso, sempre con la stessa imputata: io.

Sarà colpa di quel dolce di domenica? Del periodo? Della luce al neon, che nei camerini ha la missione segreta di rovinare la giornata a chiunque? Ci guardiamo di profilo, tiriamo dentro la pancia, ci rimettiamo i nostri vestiti con quella piccola fitta di delusione che conosciamo bene. Oggi voglio dirvi una cosa che, da fashion designer, so per certo: non sei tu a non andare bene a quel vestito. È quel vestito a non essere stato pensato per te.

Vorrei essere immune a tutto questo, una che i vestiti li disegna per mestiere entra in un camerino con la serenità di chi sa come funzionano le cose, ma non è così. Mi ricordo benissimo quel pomeriggio da Zara, a Milano. Ero da sola, senza fretta, e avevo fatto quella che si chiama, senza pudore, incetta: un braccio intero di pantaloni neri, larghi, morbidi, esattamente il tipo di capo che io adoro e che nella mia testa mi stava già benissimo, prima ancora di provarlo. Sono entrata in camerino felice, sono uscita con le mani vuote e il morale a terra. Il primo paio mi faceva sembrare enorme, e io sono minuta, ma lo specchio, in quel momento, non lo sapeva. Il secondo mi faceva sembrare grossa. Il terzo mi stringeva dove non doveva. E così via, un pantalone dopo l’altro, la stessa scena che si ripeteva: io, la luce al neon e quel verdetto silenzioso che ormai conoscete anche voi.

Mi ricordo la frustrazione, che saliva piano. E poi la delusione, quella vera, quella che ti accompagna fuori dal negozio insieme alla sensazione di aver sbagliato qualcosa. Ho pensato: “Ma allora sono io. Sono io che non vado bene.” Poi, camminando verso casa, mi sono fermata. Io lo so come nascono questi pantaloni. So che dietro ognuno c’è un cartamodello diverso, una vestibilità diversa, un’idea di corpo diversa. Quelli non mi stavano non perché io fossi sbagliata, ma perché non erano stati pensati per me. Eppure, per un momento, in quel camerino, l’ho dimenticato. E se è successo a me, che questo lavoro lo faccio, può succedere a chiunque.

Dietro la piccola etichetta cucita nel colletto c’è un mondo che quasi nessuno racconta. La taglia non è una misura universale, né una legge della fisica. È una scelta. Ogni marchio parte da un proprio cartamodello, costruito su un corpo “tipo” che a volte esiste solo nei desideri di chi lo ha disegnato. Cambiano le proporzioni, cambiano i tessuti, cambia il pubblico a cui ci si rivolge, cambia perfino il periodo storico. Il risultato? Puoi essere una taglia in un negozio e una taglia diversa in quello accanto, nello stesso giorno, con lo stesso identico corpo. Non è magia, è sartoria. E non dice niente di te: dice tutto del cartamodello. Eppure quella piccola etichetta ha un potere enorme. Ci accompagna a casa, ci sussurra qualcosa la sera e a volte decide il nostro umore per il resto della settimana. Come può un pezzo di stoffa con una cifra sopra avere tutta questa autorità sulle nostre emozioni?

Non possiamo ignorare l’aria che tira. Viviamo in un momento in cui l’estetica della magrezza estrema sembra tornata di moda, tra social che propongono corpi sempre più irreali, scorciatoie farmacologiche di cui si parla con leggerezza e il confronto continuo con immagini ritoccate, filtrate, perfette. E dietro questa vetrina luccicante ci sono fragilità vere: il rapporto con il cibo e con il proprio corpo è uno dei più delicati che abbiamo, e per molte persone è un campo di battaglia silenzioso. Per questo penso che parlare di taglie non sia mai solo parlare di vestiti. È parlare di come ci guardiamo.

Quando si disegna una collezione, il compito di un fashion designer non è stringere le persone dentro un abito, ma costruire un abito che le accolga. Se un capo non ti sta, non è un verdetto: è un’informazione sul capo.

Quindi la prossima volta che sei in camerino, prova a fare così:

  • Prova più capi, non solo quello “della tua taglia”. L’etichetta può mentire, lo specchio e il tessuto no.
  • Chiediti come ti senti, non cosa dice il numero. Se respiri bene, ti muovi bene e ti piaci, quello è il tuo capo.
  • Ricorda che una sarta può adattare un vestito, ma nessuno deve adattare il proprio corpo a un vestito.

Rimettiti i tuoi vestiti, apri la tenda e esci a testa alta, con o senza sacchetto in mano. Il camerino è solo una stanzetta con uno specchio e una luce impietosa. Non ha mai avuto il diritto di giudicarti. La prossima volta che qualcosa non ti va bene, guarda l’etichetta, sorridi e pensa: “Cara taglia, tu non mi conosci affatto.”

PS: Se ti sei riconosciuta in queste righe e il rapporto con il cibo o con il tuo corpo ti pesa più di quanto vorresti, parlarne con il tuo medico o con un servizio di supporto per i disturbi alimentari può fare davvero la differenza. Non sei sola.

Ely

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