Uno dei miei ricordi d’infanzia più vivi ha come protagonista un gigantesco robot giapponese. Da bambina aspettavo con impazienza l’inizio di UFO Robot Goldrake. Appena iniziava la sigla correvo in salotto e mi sedevo accanto al mio papà. La verità è che avevo un po’ paura, quelle battaglie nello spazio, i mostri giganteschi, le esplosioni…mi emozionavano e mi intimorivano allo stesso tempo! Eppure non avrei perso una puntata per nulla al mondo. Ero così tanto una sua “fan” che la mia mamma mi comprò persino una maglietta con la sua stampa!

Oggi, ripensandoci, mi accorgo che quello non era soltanto un cartone animato, era uno dei primi incontri con il potere dell’immaginazione. Da bambini osserviamo tutto con occhi diversi, non analizziamo, assorbiamo. Ogni immagine, ogni colore, ogni personaggio diventa parte del nostro bagaglio emotivo e creativo. Forse è anche per questo che, crescendo e diventando fashion designer, mi sono resa conto di quanto il design possa nascere dalle fonti più inaspettate. Guardando Goldrake oggi con gli occhi di una designer, vedo molto più di un robot, vedo linee geometriche perfettamente bilanciate, vedo una silhouette potente e riconoscibile, vedo proporzioni studiate, dettagli metallici, contrasti cromatici, simmetrie e una presenza scenica capace di comunicare forza ancora prima dell’azione.



In fondo, anche la moda racconta storie attraverso le forme.

Con Grendizer U, il reboot dell’anime, Goldrake è tornato in televisione e ha riacceso l’interesse verso questo personaggio iconico, facendo riscoprire l’estetica “mecha” anche a una nuova generazione. Ed è curioso osservare come proprio oggi il mondo fashion stia tornando a esplorare quell’estetica futuristica che tanto ricorda l’universo dei robot giapponesi degli anni Settanta: spalle scolpite, silhouette architettoniche, materiali tecnici, finiture metalliche, tessuti dall’aspetto cromato e accessori dal carattere quasi “meccanico” sono sempre più presenti sulle passerelle internazionali. Non si tratta di copiare Goldrake, si tratta di riscoprire lo stesso linguaggio visivo: quello della forza, della protezione e dell’innovazione. Quello che allora vedevo semplicemente come un robot, oggi so che appartiene a quella che viene definita estetica mecha: un vero e proprio linguaggio del design nato in Giappone, dove tecnologia e creatività si fondono per dare vita a figure potenti ma armoniose. Linee nette, geometrie perfette, superfici metalliche e una ricerca quasi scultorea delle proporzioni hanno reso questa estetica una fonte d’ispirazione che continua a influenzare il mondo del design e, in modo sempre più evidente, anche quello della moda.







Anche il mondo del design e del lifestyle sta riscoprendo questo mito, con collaborazioni dedicate e oggetti da collezione che celebrano il fascino senza tempo di Goldrake. Ad esempio un’edizione speciale del celebre orologio Tissot PRX Goldrake, ricca di riferimenti grafici al robot.




È la dimostrazione che alcune icone non appartengono soltanto alla televisione, ma diventano parte della cultura visiva di intere generazioni. Forse è proprio questo il bello della creatività, le ispirazioni non arrivano soltanto da una sfilata a Parigi, da un museo o da una rivista di moda, a volte nascono da un pomeriggio qualsiasi, seduti sul divano di casa, con il cuore che batte un po’ più forte e la sicurezza di avere accanto qualcuno che ci fa sentire protetti.




Ripenso spesso a quella bambina, sapeva già che un giorno avrebbe scelto di dedicare la propria vita alla moda e immaginava che avrebbe trascorso ore a disegnare abiti, studiare proporzioni, cercare l’equilibrio perfetto tra eleganza e personalità. Inconsapevolmente, stava già allenando il suo sguardo, perché ogni emozione vissuta da bambini lascia un segno e ogni storia che ci ha fatto sognare continua, in qualche modo, a vivere dentro ciò che creiamo da adulti.
Forse Goldrake non mi ha insegnato a disegnare, ma mi ha insegnato che la forza può essere elegante, che il design può emozionare, e che dietro ogni grande creazione c’è sempre una storia capace di farci tornare bambini, anche solo per un istante. Ogni volta che penso a quel robot d’acciaio, il primo ricordo che mi viene in mente non è una battaglia nello spazio, è quel posto sul divano, accanto al mio papà, ed è ancora uno dei luoghi più belli in cui la mia immaginazione abbia mai iniziato a volare.
Ely

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